Giorni fa ho partecipato ad un workshop il cui tema era la libertà del dissenso.
Dissenso inteso come dire la propria, discutere, eventualmente anche scontrarsi perchè su fronti opposti.
Spesso mi capita durante le sessioni di coaching di ascoltare persone che per esempio non sanno dire di no , unicamente per la paura di non piacere (al capo, all'amico, al fidanzato), o persone che vogliono imparare a gestire una discussione, un conflitto, personale o lavorativo. Quante volte per esempio ad una cena ci è capitato di seguire il pensiero del gruppo, per essere accolti e accettati, o semplicemente di stare in silenzio per non affrontare una discussione.
Questo conflitto, insomma, crea il più delle volte problemi.
Molti lo evitano, non piace, affatica. Alcuni invece ci sguazzano, ma non è detto che lo gestiscano in maniera utile. Si, perché il conflitto è utile: ci serve per progredire, per emergere con la nostra identità e diversità, con il nostro pensiero, per darci quella sicurezza del nostro essere. Il conflitto serve quando chi è dentro sa starci, sa poi riconnettersi con il suo interlocutore e chiudere quella fase di opposizione. E' un processo naturale di cui già i bambini piccoli hanno coscienza e la sua risoluzione determina la capacità relazionale futura.
Ma quanto ci sentiamo veramente libere di dire? Quanto siamo condizionate dall'opinione comune? Quanto abbiamo il coraggio di andare controcorrente?
Elena Pozzi - Coaching Excellence −
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